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Sant'Anna

  • Sant’Anna la Madre di Maria Santissima 

    a cura del Prof. Gaspare Lo Nigro

    SantAnnaL’11 maggio 1764 rese l’anima a Dio l’ultimo Abate di Santa Maria d’Altofonte, Don Giuseppe Barlotta e Ferro, principe di San Giuseppe, Vescovo titolare di Teletta, Prelato assistente al Soglio Pontificio.

    La morte del Barlotta coincise con la fine dell’Abazia. In effetti dopo la trasformazione in Abazia “commendataria” operata nel 1457 venne a scemare la precipua finalità monastica e aziendale cistercense per divenire la stessa un potentato politico. Va qui ricordato che l’Abate Commendatario – che era sempre un ecclesiastico – deteneva un’abazia in commendam, cioè percepiva i suoi redditi e aveva anche la giurisdizione feudale e civile, ma, in ogni caso, non esercitava alcuna autorità sulla disciplina monastica interna ai Cistercensi che dipendeva dal Priore del Monastero e dall’Ordine. 

    Il vasto territori, che andava dalle porte di Palermo fino a Balestrate, in cui amministravano, in quanto feudatari, il “mero e misto impero”, i privilegi feudali concessi da Federico II e dagli altri sovrani e, non per ultimo, le pingui rendite l’avevano resa appetibile a cardinali, nipoti di papi e principi regnanti. 

    Da qui i nomi illustri degli Abati: il Card. Scipione Rebiba, il Card. Simone Tagliavia, il Card. Ascanio Colonna, il Card. Scipione Borghese, nipote del Papa Paolo V, Sigismondo d’Austria, Francesco Maria dè Medici, figlio di Ferdinando II duca di Toscana, per citarne solo alcuni. Gli Abati di Santa Maria di Altofonte sedevano, altresì, nel parlamento del Regno di Sicilia.

    La gestione “commendataria” del territorio badiale, ed in particolare di quello più vasto di Partinico, mantenne in un certo senso lo spirito cistercense, anche se gli abati commendatari cercarono di aumentare i loro profitti attraverso la rivalutazione dei feudi dati in enfiteusi e l’introduzione di nuove tasse sui frutti prima esenti.

    Ecco l’affresco che ci fa il Marchese di Villabianca sulle condizioni di vita dei partinicesi nel settecento: la popolazione, passata dai 2.032 abitanti del 1631 ai 9.772 del 1798, viveva in una certa agiatezza; le case, sebbene in poco numero, erano “appalazzate”, e quasi tutte erano aggregate a granai e magazzini. L’espansione urbanistica nel 1741 raggiunse l’attuale piazza Umberto I, dove fu edificato il Collegio di Maria, che accoglieva le ragazze orfane. Nel 1716, per dono fatto dal Cardinale Francesco Maria Acquaviva, fu portata a termine la costruzione della Fontana Barocca. 

    Nel territorio furono costruite chiese, magazzini agricoli e infrastrutture urbanistiche volte allo sviluppo agricolo del territorio, ma anche bagli e vari palazzi signorili destinati ai nobili vassalli dell’Abazia che avevano in enfiteusi i feu

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    Il periodo in cui fu Abate il Barlotta fu caratterizzato da numerosi contenziosi tra l’Abate e l’Arcivescovo di Monreale, Mons. Francesco Testa, rientrando il Parco nell’ambito della diocesi monrealese, mentre come giurisdizione civica sia il Parco che Partinico appartenevano alla “comarca di Palermo”. Fin quando fu in vita il Barlotta, sia per il prestigio personale, sia per l’autorevolezza culturale del personaggio, il Governo non osò assecondare il disegno di Mons. Testa, che era quello di annettere l’Abazia all’Arcivescovo di Monreale. 

    Dopo la Morte di Mons. Barlotta i cistercensi del Parco inopinatamente chiesero più volte al Re che venissero aumentate le rendite loro assegnate, ritenute non più adeguate ai bisogni della Comunità. Gli stessi domandarono, in subordine, di abbandonare l’Abazia di santa Maria d’Altofonte per ritirarsi nel Monastero di Santa Maria di Roccamadore a Messina. 

    Dopo reiterate sollecitazioni la Consulta per la Sicilia il 30 ottobre 1767, dopo aver rassegnato che una così “mal foggiata dimanda” aveva meritato “un giusto risentimento del Re” rilevò che i Monaci del Parco non erano di alcuna utilità “allo Stato e alla chiesastica disciplina, anzi di nocumento all’abitato di Parco”. 

    La stessa Consulta evidenziò che l’Arcivescovo di Monreale, nel corso della visita del 1761, a mala pena aveva potuto affidare solo ad uno degli otto monaci la cura delle anime e l’amministrazione dei sacramenti. Gli altri monaci venivano definiti dei perdigiorno in cella ovvero fuori del chiostro “perché giornalmente se ne stanno in Palermo, e spensieratamente se la passeggiano per la città”. 

    Ne conseguì lo scioglimento dell’Abazia che fu annessa – con tutto il suo cospicuo patrimonio e i privilegi – alla Commenda della Real Magione ed assegnata a supportare l’appannaggio dell’Infante di Napoli e Sicilia, l’erede al trono di Borbone. 

    Con dispaccio del 18 novembre 1767, il ministro Bernardo Tanucci rassegnava le disposizioni sovrane di affidare la Parrocchia a Sacerdoti secolari e di far abitare il Monastero agli stessi. All’Ufficio di Parroco del Parco era connesso il titolo di Protonotario Apostolico. 

    Ma anche le comunità locali lottarono per l’abolizione dell’Abazia, in particolare Partinico, sia per essere eretti in Comuni autonomi, sia per consentire maggiori spazi alla nuova classe dirigente. 

    L’inizio del XIX secolo portò a Parco e a Partinico notevoli mutamenti soprattutto nel campo sociale, politico, economico. La permanenza saltuaria del Re Ferdinando nei nostri territori frutterà infatti l’autonomia locale dei due comuni e per Partinico il titolo di “città”. 

    Nella seduta del Consiglio Civico partinicese, riunito nella Chiesa di San Leonardo il 10 dicembre 1779, su proposta del marchese della Gran Montagna e dell’avvocato Gaetano Bonura, fu votato all’unanimità un ordine del giorno che tendeva ad ottenere per Partinico il titolo di città e per il Comune la completa emancipazione da Palermo, cui era soggetta sin dal 1616. Ottenuto il riconoscimento di Comune autonomo con decreto reale del 19 aprile 1800, ed il titolo di città il 25 successivo, gli amministratori del tempo chiesero anche l’abolizione dei diritti feudali ancora esistenti, quali le decine delle uve e dei terraioli che i contadini dovevano versare nei magazzini dell’azienda abaziale siti in via Principe Amedeo, angolo via Bellini, all’interno del cortile ancora oggi detto “Cortile della Decima”. Tale richiesta venne accolta anche per l’interessamento dell’intendente abaziale Cav. Felice Lioj, Ministro della Real casa. 

    Ora bisognava cancellare l’Abazia dalla memoria popolare sia di Parco che di Partinico e necessitava trovare una nuova Patrona al Parco. 

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    Fin quando nel Monastero c’erano i Monaci dell’Ordine di San Bernardo, era d’uso festeggiare il 25 marzo la patrona Santa Maria d’Altofonte. Si faceva memoria così dell’insediamento dei primi cistercensi, provenienti dal Monastero di santa Croce di Barcellona, avvenuto il 25 marzo 1306 alla presenza del Re Federico II d’Aragona e di tanti dignitari di Corte e altri prelati. 

    Le pale degli altari maggiori delle Chiese Madri di Partinico e di Altofonte raffigurano l’Annunciazione. Ed ancora la Parrocchia della Chiesa Madre di Partinico fu dedicata all’Annunziata, quella del Parco a Santa Maria d’Altofonte. I Preti Secolari, non festeggiarono più quale patrona Santa Maria d’Altofonte. Già dal 1777 rendevano il culto patronale a Sant’Anna. Un manoscritto anonimo sulla Storia di Parco, redatto nella prima metà dell’ottocento ci dà molte fonti documentali al riguardo. 

    Formalmente l’elezione di Sant’Anna a patrona principale del Parco avvenne il 15 maggio 1819 da parte della Sacra Congregazione dei Riti. 

    Ma già nel 1777 il simulacro di Sant’Anna e della Vergine, opera – sempre secondo il manoscritto – dello scultore Occhipinti, “di qualche rinomanza”, veniva posta alla venerazione dei fedeli nella Cappella delle Case Alfonzetta, nell’omonimo fondo, e di lì in ordine muovendo i confrati del triplice istituto laicale col Clero, e tenendosi dietro la Municipalità del Comune venne in solenne corteo tradotta per l’abitato. Accolta nella Chiesa Madre, riccamente addobbata, venne allocata “nel primo dei tre bassi altari come appunto a stanca si vede”.

    Dopo circa 35 anni la S. Sede, con indulto del 25 giugno 1818, impartì all’altare della nostra Patrona il consueto privilegio che, però, a nulla valse per l’apposta condizione “dummodo in ipsa Ecclesia nullum aliud simili indulto decoratum existat”. 

    Purché non esista nessun altro altare privilegiato nella stessa Chiesa. Ma la nostra Chiesa Madre, per tradizione, aveva come altare privilegiato quello del SS. Sacramento sin dall’epoca che la detta chiesa era Badiale e parrocchiale. L’autore del nostro manoscritto, “sebbene frugato l’archivio” non ha rinvenuto l’autentico documento. Nell’archivio della Curia Arcivescovile di Monreale venne rinvenuto un brevi di Clemente XII, spedito il 26 aprile 1732, col quale dichiarò privilegiato a 7 anni l’altare maggiore della Parrocchia allora in cura dei Monaci Cistercensi, “e ciò nei giorni della commemorazione ed ottava dei fedeli defunti, oltre ogni feria sesta accordata per li 7 anni dall’ordinario”. L’autore del manoscritto conclude affermando che “quindi ragion vuole che si abbia per altar privilegiato perpetuo quello della padrona S. Anna”. 

    Ci si accorse, comunque, che necessitava formalizzare l’elezione della Patrona e nel 1818, il Clero ed il Magistrato Municipale, in un unico popolo, predisposero gli atti necessari per la conferma Apostolica. 

    Si fece una sorta di referendum. Leggiamo qui di seguito la certificazione del Segretario Comunale dell’epoca trasmessa alla Sacra Congregazione dei Riti a corredo della domanda: “Alla sacra Congregazione dei Riti in Roma A 3 settembre 1818 – Certifico io infrascritto qual Segretario di questo Comune del Parco in Sicilia, qualmente essendo stato destinato dal Magistrato Municipale di suddetto Comune per prendere i voti segreti della massima parte dei capi di famiglia, relativi alla petizione da farsi alla S. Sede per dichiarare Patrona principale di detta Comune la gloriosa madre S. Anna, li ho trovati unanimemente concordi ed affermativi e pronti a prestarle tutto il culto di festa e di precetto. Ed in fede ho fatto il presente sottoscritto di propria mano e suggellato col solito suggello di questa Comune. Sac. Antonino Profeta, Segretario. 

    Estratto il presente dal Registro della Corte Giuratoria di Parco – Anno 1818 fol. 106”. 

    Di buon grado la Sacra Congregazione dei Riti il 15 maggio 1819 concedette alla Patrona di parco i singoli privilegi che ai rispettivi patroni principali dei luoghi si confanno. 

    In merito al culto alla Patrona in un primo tempo questo venne assegnato alla responsabilità dei rettori della Confraternita delle Cinque Piaghe, ed anche essi sceglievano l’oratore che doveva tenere il solenne panegirico, come si evinceva dal Registro della Corte Giuratoria del Parco (Anno 1816 – 19 giugno a carte 36). 

    Dopo il provvedimento pontificio ed il “regio exequatur” sul patronato, al culto della Santa vi provvede il Comune, anche al fine di dare maggiore solennità alle celebrazioni.

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    Ma perché la scelta dei nostri Padri cadde su Sant’Anna? 

    La motivazione ufficiale non pare molto convincente: “… chi oserà mai tanto da negarci la palma della elezione a principal nostra Padrona caduta nella Diva S. Anna madre della Vergine Maria? Perocché potrà il Nipote Divino secondo la carne, potrà l’augusta figlia alcuna grazia negare alla nostra Padrone al meglio dei suoi protetti? Potia esser forse, che l’uno e l’altra non facciano. Essolei larga dispensiera di benefizi a pro dei suoi devoti”. 

    Poi l’ignoto autore del manoscritto richiama l’opera di un gesuita, Padre Antonio Natale, che in “Celestis conversat” esorta al culto ed all’esempio dei santi genitori della Vergine, Gioacchino ed Anna. 

    A mio avviso la scelta trae da ben più meditati studi. I genitori della Vergine e San Michele Arcangelo erano oggetto di grande devozione del popolo normanno. Tale scelta, pertanto, rafforzava l’origine e le tradizioni normanne del Parco, obliando di molti centri di origine normanna, come Castelbuono e Santa Flavia. Coevamente a Partinico veniva eretta la Chiesa di San Gioacchino (1799). Sarà un caso?

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    In prossimità dello svincolo per Balestrate, sull’autostrada Mazara del Vallo – Palermo, si ammira a valle il Santuario della Madonna del Ponte, luogo di grande culto popolare mariano. 

    La chiesetta custodisce l’immagine su tela della Madonna seduta in trono che regge, con la sinistra, il Bambino che protende le mani verso la madre, con la destra un cuore; ai due lati sono rappresentati due apostoli: san Pietro con le chiavi in mano, san Paolo (o, secondo alcuni, San Giovanni) con libro e giglio. Ai piedi vi è un “ponte”, chiaro riferimento al vecchio ponte sul fiume Jato che si trova nelle vicinanze. 

    Ogni anno, la seconda domenica di Pasqua, la predetta immagine viene trasportata a Partinico dove, accolta dal popolo festante, viene accompagnata nella chiesa Madre per rimanervi sino alla seconda metà di novembre. 

    La sacra immagine, dipinta da Vincenzo Manno nel 1819, il 15 agosto 1861 è stata incoronata con una solenne cerimonia da parte del Capitolo Vaticano e da allora il popolo partinicese, che già il 6 agosto festeggiava la festa di Gesù crocifisso, ne celebra il ricordo con una festa di tre giorni (6,7,8 agosto). 

    Nel 2011 ne ricorre il 150° anniversario della solenne incoronazione. Anche il popolo di Altofonte sarà partecipe alla memoria di questo evento. 

    Il culto della Madonna, infatti, nasce prima sotto il titolo di “Altofonte” e poi del “Ponte”, e ha avuto origine nella prima metà del XIV secolo ad opera degli Abati Cistercensi del Monastero di Santa Maria d’Altofonte. 

    Tale affermazione viene confermata da “brevi” del 25 gennaio 1639 e 29 marzo 1639 con i quali Urbano VIII concede le indulgenze. In essi si fa riferimento alla “Chiesa rurale intitolata si S. Maria di Altofonte, esistente dentro i limiti dell’Abbazia del parco, nella Diocesi di Mazzara”. 

    Nello stesso anno in cui al Parco si eleggeva Sant’Anna patrona, a Partinico (1819) l’iconografia raffigurava la Vergine con un ponte ai piedi.

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