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  • 1 BENVENUTI
    Desidero ancora dire grazie a chi ha curato la realizzazione del sito internet della nostra parrocchia. Dal suo inserimento on-line ha iniziato a dare i suoi frutti.
  • 2 .
    E’ utile strumento di informazione per i fedeli tutti, i quali possono conoscere la vita della Comunità parrocchiale, possono attingere informazioni e conoscere meglio le iniziative pastorali, culturali e ludico ricreative che in essa si promuovono.
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    Oltre alla conoscenza garantisce la possibilità di confronto e di accesso più rapido a quelle informazioni che via via arricchiscono questo nostro sito.
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    Grazie a questo lodevole lavoro fatto con cura e attenzione, la parrocchia entra nelle nostre case facilitando ogni comunicazione e riflessione anche nelle famiglie.
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    Già tanti di voi consultano il portale nel sito e sono certo, che continuerete a dare il vostro personale apporto contributivo di idee, proposte e quant’altro. Grazie di vero cuore P. Nino La Versa
baner

VADEMECUM DELLA PARROCCHIA

  • La Parrocchia

    Luogo, occasione, ambito privilegiato
    per tornare ad educare

    A.d. MMXI

    Documento in PDF


    Chiesa
    Si ringrazia Giovanna Inchiappa e Dorotea Alotta 
    per la stesura del documento

    PRESENTAZIONE

    All'inizio di questo nuovo decennio (2010-2020) i vescovi italiani ci hanno consegnato il documento "Educare alla vita buona del Vangelo" con il quale invitano i fedeli a riflettere seriamente sulla necessità, oggi sempre più concreta, di testimoniare all'uomo "la passione educativa di Dio in ogni campo dell'esistenza umana. 

    Poiché la comunità è il luogo privilegiato di educazione integrale, ho pensato di proporvi uno strumento utile ad approfondire la conoscenza della "Parrocchia", cellula della Chiesa diocesana, all'interno della quale si diventa cristiani.

    Nella speranza che le pagine a seguire siano accolte con interesse, Vi invito a leggerle con attenzione e a meditarle perché vi siano di aiuto nella crescita della fede in Dio, attraverso una maggiore consapevolezza dell'impegno personale e associativo di ognuno nella comunità, e nell'amore alla santa madre Chiesa, che si fa vicina ai suoi figli proprio nella parrocchia.

    Con l'augurio che ogni vostra azione sia mossa dal desiderio dell'edificazione del regno di Dio

    Vi benedico nel Signore

    Il Parroco

    Sac. Vincenzo Antonino La Versa

    INTRODUZIONE

    Gli Orientamenti pastorali elaborati dai vescovi italiani per il primo decennio del nuovo millennio, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, considerano e riconoscono la necessità di recuperare la centralità della parrocchia, rileggendo la sua funzione storica e concreta a partire dall’Eucarestia, fonte e manifestazione del raduno dei figli di Dio e vero antidoto alla loro dispersione nel pellegrinaggio verso il Regno.

    La Chiesa ha bisogno di un luogo che generi la fede nel quotidiano della vita della gente: la Chiesa ha bisogno della parrocchia! Essa, per il suo carattere popolare e diffuso tra la gente, è un bene prezioso per la vitalità dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo. La parrocchia, infatti, “rimane in grado di offrire ai fedeli lo spazio per un reale esercizio della vita cristiana, come pure di essere il luogo di autentica umanizzazione e socializzazione, sia in contesto di dispersione e anonimato proprio delle grandi città moderne, sia in zone rurali con poca popolazione” (Ecclesia in Europa).

    La parrocchia permette il radicamento della Chiesa in un luogo, essa pertanto deve sviluppare capacità d’interpretazione dei nuovi fenomeni sociali, per rendere presente nello spazio e nel quotidiano quella memoria cristiana di cui è custode e portatrice. Per tale ragione richiede sensibilità ai pastori e da evidenza al grande ruolo che i laici sono chiamati a svolgere non solo “in” parrocchia , ma, “a partire” dalla parrocchia, su tutte le frontiere, i problemi, le attese dell’uomo. Ciò comporta un cambiamento della pastorale in senso missionario, in modo che le comunità cristiane sappiano annunciare l’evangelo tra gli uomini. Se i cristiani sanno umanizzare l’ambiente in cui vivono, se agiscono sempre nell’ottica della riconciliazione e della comunione, se resistono alla barbarie incombente in una stagione come l’attuale, allora svolgono un servizio nella forma vissuta e insegnata da Gesù. E’ in questa prospettiva che va ripensata la parrocchia, senza, tuttavia, tralasciare mai la preoccupazione che la comunità - e di conseguenza ogni cristiano - prima di essere proiettati all’evangelizzazione, alla missionarietà, giunga ad una fede matura e pensata. L’impegno dell’evangelizzazione comporta, infatti, il dovere e l’impegno di ognuno, di “crescere alla statura di Cristo” (Ef. 4,15), la necessità della testimonianza attraverso la vita e il comportamento.

    L'ultimo documento della Conferenza Episcopale Italiana: “Educare alla vita buona del vangelo” considera la parrocchia crocevia delle istanze educative; in questo nostro tempo in cui l'esigenza educativa si fa sempre più pressante la parrocchia rappresenta nel territorio il riferimento immediato per l'educazione e la vita cristiana.

    Hanno fondamentale importanza nella complessità dell'azione educativa, gli educatori, gli animatori e i catechisti che operano nella parrocchia ai quali la comunità parrocchiale deve curare oltre che la crescita umana e spirituale anche la competenza teologica culturale e pedagogica. Particolare risalto viene dato all'impegno educativo della parrocchia per le giovani generazioni che trova espressione nell'oratorio, luogo in cui la passione educativa della comunità parrocchiale si manifesta.

    LA PARROCCHIA UN'INTUIZIONE BIBLICA

    La parola “parrocchia” deriva dal greco paroikìa, che significa letteralmente “presso le case”(parà-oikìa), e pàroikos è colui che risiede in situazione di “estraneità”, lontano dalla propria casa, a ridosso delle dimore altrui. La Prima lettera di Pietro chiama proprio così i cristiani, associando a questa qualifica un’altra che designa il vivere temporaneamente in terra straniera(1Pt 2,11: parepìdemons)e fornendoci un suggestivo ritratto della condizione dei cristiani nel mondo. Essi sono degli stranieri domiciliati, per i quali “ogni terra straniera è patria e ogni patria terra straniera” (Lettera a Diogneto), e il loro stile di vita può essere riassunto nel movimento del viaggiatore che nella sua quotidiana precarietà, è un “residente straniero e pellegrino”che soggiorna presso gli altri, si muove tra gli altri, ma resta uno straniero perché la sua cittadinanza vera, il suo stile di vita è nei cieli (Fil 3,20), dove non si è più stranieri e pellegrini ma ospiti di Dio. La medesima coscienza è presto assunta dalla chiesa come corpo unitario, se già alla fine del primo secolo Clemente di Roma può rivolgersi alla chiesa di Corinto in questi termini: “La chiesa di Dio che soggiorna (paroikousa) in Roma alla chiesa di Dio che soggiorna in Corinto”. Da questa testimonianza si può dedurre che il vocabolario legato al termine paroikia non si applicava alla realtà che noi conosciamo oggi come “parrocchia”, ma designava piuttosto la condizione di una chiesa locale in un determinato territorio. I cristiani che abitavano città e a volte villaggi, che conducevano una vita quotidiana sposandosi, esercitando mestieri diversi, parlando la lingua del luogo, vivevano tuttavia la consapevolezza di essere “altri” e sapevano mostrare la differenza cristiana del quotidiano, con un comportamento, uno stile di vita diverso pur nella compagnia degli uomini. Questa condizione pasquale - in base alla quale si sta nel mondo, solidali con l’umanità, ma si è cittadini del Regno - viene bene espressa dal verbo paroikeìn, “soggiornare da stranieri”, il quale dice come la parrocchia si sia edificata su un’intuizione biblica. (La parrocchia di Enzo Bianchi)


    LA PARROCCHIA CELLULA DELLA CHIESA

    La parrocchia è “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie”(Esort. Ap. Christifideles laici, 26.Giovanni Paolo II); essa rende visibile la Chiesa come segno efficace dell’annuncio del Vangelo per la vita dell’uomo nella sua quotidianità e dei frutti di comunione che ne scaturiscono per tutta la società, è la forma storica privilegiata della localizzazione della Chiesa particolare: è “il nucleo fondamentale nella vita quotidiana della diocesi”(Pastores gregis).

    La parrocchia è una comunità di fedeli nella Chiesa particolare, di cui è come una cellula, a cui appartengono i battezzati nella Chiesa cattolica che dimorano in un determinato territorio. In essa si vivono rapporti di prossimità, con vincoli concreti di conoscenza e di amore, e si accede ai doni sacramentali, al cui centro è l’Eucarestia; ma ci si fa anche carico degli abitanti di tutto il territorio, sentendosi mandati a tutti. Non è possibile pensare alla parrocchia se non nella comunione della Chiesa particolare, è indispensabile valorizzare i legami che esprimono il riferimento al vescovo e l’appartenenza alla diocesi. La diocesi è infatti “l’organismo cardine, nel quale principalmente si realizza l’appartenenza ecclesiale di ogni cristiano, poiché in essa sono presenti e operanti gli elementi essenziali della Chiesa voluta da Gesù Cristo: la successione apostolica, rappresentata dal vescovo con il collegio dei presbiteri e con i diaconi, l’annuncio autorevole della Parola di Dio, la celebrazione del mistero di salvezza.

    Il Vescovo, che svolge nella diocesi il servizio della presidenza in nome e con l’autorità si Gesù Cristo in forza della speciale effusione dello Spirito Santo ricevuta con l’ordinazione episcopale, grazie alla sua sacramentale appartenenza al collegio dei vescovi e alla comunione con il Romano Pontefice, rende sacramentalmente presente e operante la stessa chiesa universale. Attorno alla figura ministeriale del vescovo si stabilisce la forma più completa di appartenenza ecclesiale. Proprio per questo si richiede che al vescovo venga riconosciuta da parte di tutti i membri della diocesi un’attenzione amorevole sostenuta dalla fede, proporzionata al peso di responsabilità che egli è tenuto a sopportare nei loro confronti. Tale amorevole attenzione al vescovo viene espressa mediante la preghiera liturgica, la quale, mentre attualizza soprattutto nella celebrazione dell’eucaristia, la comunione con lui, intercede per il bene spirituale della sua persona. Il servizio pastorale del vescovo si svolge in unione sacramentale con il presbiterio da lui presieduto; fanno parte del presbiterio tutti i presbiteri dimoranti e operanti nella diocesi.

    E’ molto importante, per ogni cristiano, coltivare sentimenti di appartenenza alla propria Chiesa locale. Tuttavia la diocesi, a causa dell’ampiezza del suo territorio e della sua numerosa popolazione, non può consentire a tutti un’esperienza di vita comunitaria conforme alle esigenze di una normale esistenza fraterna tra i cristiani.

    E’ per questa ragione che è sorta la parrocchia, che si configura come una cellula all’interno di un organismo vivente. Essa ha il compito di far fruire in se stessa quanto è proprio della diocesi a partire dal suo legame con il vescovo e con il presbiterio diocesano. Di fatto essa è presieduta da un membro del presbiterio, il parroco, nominato dal vescovo, del quale rappresenta nella parrocchia l’autorità” (Nella Chiesa animati dallo Spirito Santo). Egli “è il pastore proprio della parrocchia affidatagli, esercita la cura pastorale della comunità sotto l’autorità del Vescovo diocesano, con il quale è chiamato a partecipare al ministero di Cristo, per compiere al servizio della comunità le funzioni di insegnare, santificare e governare” (CDC 519). “ Il parroco si avvale, là dove è possibile, della ministerialità di altri presbiteri e diaconi ad essa assegnati dal vescovo, dei ministeri laici, quali lettori e accoliti, istituiti dal vescovo, di ministri straordinari della comunione eucaristica, anch’essi approvati dal vescovo e da lui stesso destinati stabilmente a servizio della parrocchia. Ha nella chiesa parrocchiale lo spazio più proprio del raduno dei suoi membri per la celebrazione liturgica,e soprattutto domenicale, e nel fonte battesimale il luogo forse più altamente simbolico dell’identità cristiana e dell’appartenenza ecclesiale. Alla parrocchia compete la responsabilità della catechesi per l’iniziazione cristiana e per gli altri sacramenti, la celebrazione e l’amministrazione degli stessi, l’animazione e il coordinamento delle iniziative a favore dei poveri, l’opera di ricerca, di discernimento e sostegno necessaria perché ogni persona scopra e persegua la propria vocazione nella Chiesa. La parrocchia ha la possibilità di integrare, facendo opera di coordinamento, ogni altra attività pastorale svolta nel suo territorio a qualsiasi titolo, purché legittimo, rispettando la natura, gli orientamenti programmatici, la spiritualità e lo stile propri delle aggregazioni di credenti operanti nella parrocchia, purché in possesso di un valido riconoscimento della Chiesa” (Nella Chiesa animati dallo Spirito Santo). La chiesa locale vive così una doppia polarità: nella diocesi, presieduta dal vescovo in comunione con le altre chiese locali, e nella parrocchia, “dove si manifesta la chiesa visibile: la parrocchia è infatti l’ultima localizzazione della chiesa” (Christifideles laici 26), ma è anche la prima. E’ nella diocesi che è significata l’identità della chiesa locale, la sua unità, la sua perseveranza nella tradizione apostolica di cui il vescovo è garante e testimone, ed è nella parrocchia che la chiesa è costantemente generata, accresciuta, solidificata, perché in essa la fede è trasmessa di generazione in generazione, il battesimo è la porta dell’appartenenza ecclesiale, l’eucarestia immette nel corpo di Cristo.

    LA CHIESA È GENERATA DALLA TRINITÀ

    Nella chiesa (formata da tutti noi battezzati) deve esserci la stessa unione che c’è nella Trinità, dove sono presenti comunione e diversità insieme. La chiesa è apparsa nella storia sotto la forma della comunione e si è diffusa come realtà di uomini e donne chiamati a vivere una tale comunione. I cristiani non sono semplicemente dei chiamati, ma dei “chiamati insieme”, convocati all’unità dalla dispersione e dalla separazione per formare un corpo (1 Cor 12,12ss), un edificio spirituale, un popolo, una gente santa (1Pt 2,5-10). L’Eucarestia è il dinamismo della comunione: essa genera, plasma, accresce la comunione e edifica la chiesa che la celebra. La parrocchia, cellula di chiesa, deve modellare se stessa sulla forma della comunione trinitaria, forma in cui unità e diversità sono essenziali a una comunione plurale. La parrocchia è unacommunitas cristiananella quale, mediante la fede, ciascuno riceve il dono di grazia di Dio, per diventare insieme agli altri (cum) e a propria volta, dono (munus) a favore di ogni uomo o donna del mondo in cui si vive, siano essi o meno membri visibili del corpo di Cristo. Nellacommunitas cristiana, la comune vocazione alla sequela di Cristo, che crea legami particolari di fraternità e di comunione, deve orientare al di là del benessere della comunità stessa e dei suoi membri. Allora, come vivere la comunione in una parrocchia? È necessario vivere la comunione come fraternità, fraternità significa solidarietà, capacità di assumere l’altro e volontà di apprendere sempre con la logica del sentire e operare insieme e tenendo conto gli uni degli altri: un vero e proprio stile di vita da acquisire che si concretizza in un momento di fuga dall’individualismo, dall’egoismo, dal vivere pensando a sé senza gli altri.

    La comunione deve essere un cammino ecclesiale da fare insieme, nella corresponsabilità. I doni dello Spirito Santo sono dati per essere condivisi e per contribuire alla comune edificazione del corpo ecclesiale (1 Cor 12,7), affinché la chiesa assuma pienamente e quale soggetto armonioso la responsabilità dell’annuncio evangelico nel mondo. La credibilità dell’annuncio evangelico dipende, in modo non trascurabile, dalla qualità della comunione ecclesiale e dalla capacità che ha la chiesa di compaginare i carismi nel proprio seno, senza mortificare nessuno. La corresponsabilità, infatti, non annulla la diversità delle funzioni e dei doni, ma la trascende. Il sentirci tutti responsabili nella comunità cristiana è il giusto modo di essere e di stare nella chiesa, altrimenti si deforma il corpo di Cristo.

    Apertura ad altre realtà ecclesiali: la parrocchia appartiene alla chiesa locale, e attraverso di questa all’unica Chiesa di Cristo. Essa deve far sentire concretamente questa comunione a tutti i suoi membri, mostrandosi disponibile al confronto e all’interazioni con le parrocchie della stessa diocesi, ma anche aprendosi alla conoscenza e all’incontro con altre realtà ecclesiali presenti sul territorio, sia che questa appartengano alla stessa confessione cristiana, sia che vivano in comunione con chiese sorelle. Questa apertura abituerà ogni fedele a pensare in modo autenticamente cattolico, cioè “secondo il tutto”, dilatando il proprio cuore e i propri orizzonti alla chiesa universale.

    Solo attraverso questo cammino la parrocchia potrà divenire casa e scuola di comunione per tutti coloro che attendono e cercano segni di comunione in un mondo solcato da divisioni e rivalità.

    IL GIORNO DEL SIGNORE FA LA PARROCCHIA

    La parrocchia è il luogo nel quale la Chiesa genera i suoi figli, e rigenera se stessa, attraverso l’iniziazione cristiana: il Battesimo, la Cresima e l’Eucarestia. E’ l’Eucarestia il sacramento che, continuamente offerto, non chiude un’esperienza, ma la rinnova ogni settimana, nel giorno del Signore. Non ci può essere domenica senza parrocchia, né parrocchia senza domenica, perché la vita della parrocchia ha il suo centro nel giorno del Signore e l’Eucarestia è il cuore della domenica: ne orienta il cammino nutrendone la vita. Quando si parla di eucarestia si deve avere in mente l’immagine delle “due mense”: la tavola della Parola donata da Dio al suo popolo e la tavola del pane e del vino eucaristici, entrambe essenziali per la celebrazione dell’alleanza nuova e definitiva. La liturgia eucaristica così intesa è il vero fulcro, la radice, il cardine della vita della parrocchia, poiché è in essa che la chiesa nasce e cresce, è da essa che la comunità è plasmata e confermata nella comunione, è da essa che riceve la forza per essere missionaria nel mondo. L’eucaristia è edificazione della chiesa, è l’azione che rende i cristiani un solo corpo in Cristo, è l’atto che plasma, dà forma alla vita dei cristiani e della comunità nella storia. Senza l’eucarestia celebrata insieme nel giorno del Signore, i cristiani non fanno esistere la comunità cristiana. I cristiani, i battezzati che fanno riferimento a Cristo senza appartenere a una comunità, a un popolo che si manifesta tale convenendo insieme nel giorno del Signore, sono in una situazione precaria per la sequela del Signore e per la fede stessa. La chiesa di Dio non è un movimento, ma una comunità che riunisce tutti i credenti in Cristo, affinché insieme celebrino la loro fede, speranza e carità, e insieme le vivano nella compagnia degli uomini. Quando la parrocchia celebra l’eucarestia diventa il corpo del Signore nel mondo! Da questa consapevolezza nasce l’impegno di una parrocchia - parroco e parrocchiani insieme - a far sì che la liturgia, celebrata con serietà e convinzione, sia davvero centrale e abbia un reale primato su tutta la vita ecclesiale. La parola di Dio è cibo per la vita cristiana, e per la maggior parte dei cristiani il contatto con questa Parola avviene unicamente nella celebrazione eucaristica, il venir meno dell’annuncio della Parola e la sua spiegazione ostacola seriamente la conoscenza di Dio, unica possibilità per amare Dio e compiere la sua volontà. All’impegno dell’annuncio deve corrispondere quello dell’ascolto, in modo che ci sia spazio per una conoscenza penetrativa, oltre che intellettuale, amorosa, che si traduce in obbedienza puntuale, in realizzazione della Parola ricevuta. Senza ascolto della Parola non c’è celebrazione dell’alleanza con Dio, perché la fonte da cui scaturisce tutto nella vita cristiana è “la parola di Dio viva ed eterna” (1Pt 1,23). La fede nasce dall’ascolto: se la parola di Dio risuona nella parrocchia, se tale Parola viva ed efficace è resa presente in ogni assemblea parrocchiale, allora potrà svilupparsi quella fede adulta e matura che, vissuta tra gli uomini e nella storia, diverrà una fede “pensata, capace di tenere insieme i vari aspetti della vita facendo unità di tutto in Cristo” (CVMC50). Senza tale centralità della parola di Dio nella vita parrocchiale, se cioè i cristiani non saranno continuamente evangelizzati, raggiunti dalla buona notizia della vita di Cristo Gesù - vita spesa per i fratelli e resurrezione da morte in favore di tutti gli uomini -, non esisterà neppure alcuna possibilità di evangelizzazione autentica e feconda!

    La celebrazione eucaristica domenicale deve essere sempre più il luogo da cui ripartire per diventare corresponsabili del Vangelo e per ricondurre tutta l’esistenza - la propria e quella della comunità - quale autentico “culto spirituale” (Rm 12,1) sotto la sfera del Vangelo, per farsi servi degli uomini e non per dominarli.

    Nell’Eucarestia Cristo morto e risorto è presente in mezzo al suo popolo; nell’Eucarestia e mediante l’Eucarestia lo genera e rigenera incessantemente: “La Celebrazione eucaristica è al centro del processo di crescita della Chiesa”(Ecclesia de Eucharistia). Dal costato di Cristo scaturiscono, con i sacramenti, la comunione e la missione della Chiesa. Il “Corpo dato” e il “Sangue versato” sono “per voi e per tutti”: da qui prende forma la vita cristiana a servizio del Vangelo. Il modo in cui viene vissuto il giorno del Signore e celebrata l’Eucarestia domenicale deve far crescere nei fedeli un animo apostolico, aperto alla condivisione della fede, generoso nel servizio della carità, pronto a rendere ragione della speranza.

    La domenica, giorno del Signore, della sua Pasqua per la salvezza del mondo, di cui l’Eucarestia è memoriale, va difesa nel suo significato religioso, antropologico, culturale e sociale. La domenica è il giorno dell’uomo e della famiglia, giorno del riposo dal lavoro, che vorrebbe schiavizzare l’uomo, giorno in cui si riscopre il senso della festa, vista non solo come puro divertimento, ma come occasione necessaria per rinsaldare l’unità, mediante relazioni più intense tra i suoi membri, e dando valore al tempo libero, aiutando a scoprirne il senso attraverso opere creative, spirituali, di comunione e di servizio. Il giorno del Signore è anche tempo della comunione, della testimonianza e della missione. Il confronto con la parola di Dio e il rinvigorire la confessione della fede nella Celebrazione eucaristica devono condurre a rinsaldare i vincoli della fraternità, a incrementare la dedizione al Vangelo e ai poveri. Ciò implica il convergere naturale di tutti alla comune celebrazione parrocchiale. Da ciò si comprende bene il dovere-bisogno della fedeltà alla Messa domenicale e festiva e di vivere cristianamente la domenica e le feste: non possiamo vivere senza l’eucarestia domenicale!

    CRISTIANI NON SI NASCE, SI DIVENTA

     La parrocchia è un bene prezioso per la vitalità dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo, per una Chiesa radicata in un luogo, diffusa tra la gente e dal carattere popolare. Essa è l’immagine concreta del desiderio di Dio di prendere dimora tra gli uomini (l’Emmanuele, che significa Dio con noi). In Essa si diventa cristiani!

    Condizione primaria di ogni evangelizzazione è certamente l’accoglienza, cordiale e gratuita: tutti devono poter trovare nella parrocchia una porta aperta nei momenti difficili e gioiosi della vita; ma anche l’ospitalità, offerta a chi si rivolge alla parrocchia per chiedere qualche servizio, e che è o si sente estraneo alla comunità parrocchiale e alla Chiesa stessa, ma che non rinunzia a sostare nelle sue vicinanze, nella speranza di trovare un luogo in cui realizzare un contatto, uno spazio dove poter esprimere il disaggio e la fatica della propria ricerca, in rapporto alle attese nutrite nei confronti di Dio, della Chiesa e della religione. La comunità parrocchiale non può disinteressarsi di ciò che oscura, nel mondo e al suo interno, la trasparenza dell’immagine di Dio e intralcia il cammino che, nella fede in Gesù, conduce al riscatto dell’esistenza. L’ospitalità cristiana così intesa e realizzata, è il modo più eloquente con cui la parrocchia può rendere concretamente visibile che il cristianesimo e la Chiesa sono accessibili a tutti, nelle normali condizioni della vita individuale e collettiva. L’accoglienza e l’ospitalità determinano la base essenziale per l’annuncio e l’evangelizzazione: la parrocchia ha il compito di risvegliare la domanda religiosa di molti, dando testimonianza alla fede di fronte ai non credenti, offrendo spazi di confronto con la verità del Vangelo, valorizzando e purificando le espressioni della devozione e della pietà popolare, vigilando affinché il cattolicesimo non venga sostituito da forme di folklore o di semplice religione civile, ma resti una valida soglia di ingresso nell’esperienza cristiana. La parrocchia deve assumere un atteggiamento di ricerca, provocando la domanda dove essa tace e contrastando le risposte dominanti quando suonano estranee o avverse al Vangelo. Essa ha il dovere di attrezzarsi culturalmente in modo adeguato, ha bisogno di persone, di credenti, soprattutto laici credenti che sappiano stare dentro il mondo e tra la gente in modo significativo. A nulla varrebbe accogliere e cercare se poi non si ha nulla da offrire. Chi incontra la parrocchia deve poter incontrare Cristo, l’identità della fede deve poter trasparire dalle parole e dai gesti: deve esserci coerenza tra fede detta, celebrata e testimoniata, osservanza dell’unico comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, traduzione nella vita dell’Eucaristia celebrata. Quando tutto è fatto per il Signore e solo per Lui, allora l’identità del popolo di Dio in quel territorio diventa trasparenza di Colui che ne è il Pastore. Ma per giungere a questa purezza d’intendimenti e atteggiamenti è necessario che si coltivi con più assiduità e fedeltà l’ascolto di Dio e della sua parola. Solo i discepoli della Parola sanno fare spazio nella loro vita alla mitezza dell’accoglienza, al coraggio della ricerca e alla consapevolezza della verità.

    IL VOLTO DELLA PARROCCHIA

     Come già accennato, il compito principale della parrocchia è quello di trasmettere e conservare la fede attraverso la catechesi e l’amministrazione dei sacramenti, ma soprattutto è quello di stare vicino alla quotidianità della gente che vive nel territorio. La parrocchia nasce e si sviluppa in stretto legame con il territorio: nulla nella vita della gente, eventi lieti o tristi, deve sfuggire alla conoscenza e alla presenza discreta e attiva della parrocchia, fatta di prossimità, condivisione, cura. Ne sono responsabili il parroco, i sacerdoti collaboratori, i diaconi, ma anche le religiose hanno un particolare ruolo, per l’attenzione alla persona propria del genio femminile, e i fedeli laici, che esprimono così la loro testimonianza. La parrocchia missionaria deve servire la vita concreta delle persone, facendosi presente nella vita dei fedeli e rispondendo alle esigenze di fede di ogni diversa fascia d’età: fanciulli, ragazzi, giovani e adulti, curando la preparazione al matrimonio e alla famiglia. Si tratta di offrire a tutti la possibilità di intraprendere cammini di redenzione e di salvezza; di rendere visibile una chiesa che accoglie tutti, nelle situazioni più disparate, e tutti accompagna, con fiducia e pazienza, all’unico medesimo Salvatore per accogliere la grazia e viverne la sequela. Un ruolo importante gioca “il parroco, che da uomo di Dio esercita il suo ministero in modo integrale, cercando i fedeli, visitando le famiglie, partecipando alle loro necessità, alle loro gioie; corregge con prudenza, si prende cura degli anziani, dei deboli, degli abbandonati, degli ammalati e si prodiga per i moribondi; dedica particolare attenzione ai poveri e agli afflitti; si impegna per la conversione dei peccatori, di quanti sono nell’errore, e aiuta ciascuno a compiere il proprio dovere, fomentando la crescita della vita cristiana nelle famiglie” (CDC) . Ogni attimo della vita umana deve trovare la parrocchia pronta ad offrire la presenza e l’amore del Signore, che incessantemente si prende cura dei suoi figli. La comunità, inoltre, deve esprimere vicinanza e prendersi cura dei matrimoni in difficoltà e delle situazioni irregolari, aiutando a trovare percorsi di chiarificazione e sostegno per il cammino della fede.

    Presenza sul territorio vuol dire sollecitudine verso i più deboli e gli ultimi, farsi carico degli emarginati, servizio dei poveri, premura per i malati e per i minori in disaggio, fino a suscitare domande circa i veri bisogni umani, e aprendo così cammini di comunione, ma anche capacità, da parte della parrocchia d’interloquire con gli altri soggetti sociali nel territorio.

    La cultura del territorio è composizione di voci diverse, non può e non deve mancare quella del popolo cristiano, con quanto di bene sa dire, nel nome del Vangelo, per il bene di tutti. Le aggregazioni di laici nella parrocchia si facciano parte attiva dell’animazione del paese negli ambiti della cultura, del tempo libero, ecc. Soprattutto l’ambito culturale ha bisogno di una presenza vivace da affiancare a quella già sperimentata e riconosciuta sul versante sociale. Il radicamento della parrocchia nel territorio si esprime anche nel servizio che essa deve rendere alla gente per aiutarla ad affrontare, con sguardo evangelico, il discernimento dei fenomeni culturali che orientano la vita sociale. Le parrocchie, con il supporto della diocesi, possono assumere un ruolo di mediazione nell’ambito del “progetto culturale”, per far sì che il vissuto non solo sia interpretato, ma anche creato, a partire da una cultura cristiana ispirata. Ogni parrocchia ha i suoi doni per potere in modo proprio e specifico mostrare una “chiesa serva” tra i bisognosi, nella cultura, sul territorio, nella politica. La parrocchia deve essere missionaria, cioè deve sentirsi inviata tra gli uomini e capace di testimoniare la buona notizia, di evangelizzare: essa è il soggetto dell’evangelizzazione, in quanto tale, nelle sue molteplici articolazioni e in tutti i suoi membri. La parrocchia tutta insieme, “secondo i doni e le modalità proprie di ciascuno dei suoi membri, è chiamata alla preghiera, alla parola, al servizio, affinché il vangelo possa essere annunciato” (CEI, Evangelizzare il sociale). Ma cosa significa testimonianza? Significa anzitutto vivere la vita cristiana, giungendo a esprimere compiutamente la vocazione ricevuta nel battesimo, vivendo cioè una vita conforme a quella vissuta da Gesù. Egli ci ha mostrato l’uomo autentico, l’adama immagine e somiglianza di Dio (Gen 1, 26-27), ci ha “insegnato a vivere in questo mondo (Tt 2, 11-12), ci ha dato l’esempio della vera vita umana, vissuta come opera d’arte! La prima testimonianza del cristiano consiste dunque nel conformare la propria vita a quella di Gesù Cristo, una vita segnata dalla fede come adesione al Dio vivente, animata dalla speranza che la morte è stata vinta dalla resurrezione di Gesù, una vita contraddistinta dall’amore in obbedienza al “comandamento nuovo: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv. 13,34). La parrocchia è lo spazio per questa testimonianza, il luogo per operare e realizzare tale forma di vita giorno dopo giorno. Il compito fondamentale della parrocchia è quello di essere il luogo che favorisce l’incontro tra la fede cristiana e le condizioni della vita di ogni giorno; la vocazione cristiana non comporta l’abbandono della condizione assegnata dalle forme della vita umana (la famiglia, la professione, il lavoro, lo status sociale). Il servizio alla fede degli adulti è quello che li conduce a compiere scelte evangeliche precisamente a proposito delle situazioni di vita e delle responsabilità che appaiono loro le più rilevanti e che sono molto più significative per manifestare le vere intenzioni del cuore. Il volto missionario della parrocchia si manifesta là dove si offre a tutti la possibilità di crescere nella fede, di rendere possibile un autentico vissuto spirituale per il credente nella normale condizione di esistenza: “gli uomini del nostro tempo chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma in un certo senso di farlo vedere. E non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto anche davanti alle generazioni del nuovo millennio?”(Novo millennio ineunte). Se è capace di questa “vita cristiana” visibile e leggibile dagli uomini nella sua “differenza”, la parrocchia non potrà mai scadere a “stazione di servizi religiosi”, così come non potrà mai vivere in modo autosufficiente, contenta di se stessa.

    In tal modo la parrocchia si presenta come un’istituzione vicina a tutti, capace di valorizzare ogni occasione di contatto come possibile punto di partenza per un reale cammino di fede fino alla santità.

    LE AGGREGAZIONI LAICALI

    All’interno di ogni parrocchia sono presenti le aggregazioni laicali costituite da associazioni, gruppi, movimenti, confraternite, congregazioni. L'aggregarsi dei fedeli laici è una ragione ecclesiologica: il Concilio Vaticano II riconosce nell'apostolato associato un «segno della comunione e dell'unità della Chiesa in Cristo». Queste aggregazioni di laici si presentano spesso assai diverse le une dalle altre in vari aspetti, come la configurazione esteriore, i cammini e metodi educativi, e i campi operativi: ogni associazione, movimento, congregazione, confraternita, etc si distingue per il proprio carisma! “Trovano però le linee di un'ampia eprofonda convergenzanella finalità che le anima: quella di partecipare responsabilmente alla missione della Chiesa di portare il Vangelo di Cristo come fonte di speranza per l'uomo e di rinnovamento per la società. Le varie forme aggregative devono rappresentare un aiuto prezioso per una vita cristiana coerente alle esigenze del Vangelo e per un impegno missionario e apostolico. Esse sono un «segno» che deve manifestarsi nei rapporti di «comunione» sia all'interno che all'esterno delle varie forme aggregative nel più ampio contesto della comunità cristiana. Proprio la ragione ecclesiologica indicata spiega, da un lato il «diritto» di aggregazione proprio dei fedeli laici, dall'altro lato la necessità di «criteri» di discernimento circa l'autenticità ecclesiale delle loro forme aggregative. E' anzitutto da riconoscersi la libertà associativa dei fedeli laici nella Chiesa. Tale libertà è un vero e proprio diritto che non deriva da una speciale “concessione” dell’autorità, ma che scaturisce dal Battesimo, quale sacramento che chiama i fedeli laici a partecipare attivamente alla comunione e alla missione della Chiesa. Al riguardo è del tutto chiaro il Concilio: «Salva la dovuta relazione con l'autorità ecclesiastica, i laici hanno il diritto di creare e guidare associazioni e dare nome a quelle fondate». E il recente Codice testualmente afferma: «I fedeli hanno il diritto di fondare e di dirigere liberamente associazioni che si propongano un fine di carità o di pietà, oppure associazioni che si propongano l'incremento della vocazione cristiana nel mondo; hanno anche il diritto di tenere riunioni per il raggiungimento comune di tali finalità». Si tratta di una libertà riconosciuta e garantita dall'autorità ecclesiastica e che deve essere esercitata sempre e solo nella comunione della Chiesa: in tal senso il diritto dei fedeli laici ad aggregarsi è essenzialmente relativo alla vita di comunione e alla missione della Chiesa stessa. E' sempre nella prospettiva della comunione e della missione della Chiesa, e dunque non in contrasto con la libertà associativa, che si comprende la necessità dicriteri chiari e precisi di discernimento e di riconoscimento delle aggregazioni laicali, detti anche «criteri di ecclesialità». Come criteri fondamentali per il discernimento di ogni e qualsiasi aggregazione dei fedeli laici nella Chiesa si possono considerare, in modo unitario, i seguenti:

    • Il primato dato alla vocazione di ogni cristiano alla santità, qualsiasi aggregazione di fedeli laici è chiamata ad essere sempre più strumento di santità nella Chiesa, favorendo e incoraggiando «una più intima unità tra la vita pratica dei membri e la loro fede.
    • La responsabilità di confessare la fede cattolica, accogliendo e proclamando la verità su Cristo, sulla Chiesa e sull'uomo in obbedienza al Magistero della Chiesa, che autenticamente la interpreta. Per questo ogni aggregazione di fedeli laici deve essere luogo di annuncio e di proposta della fede e di educazione ad essa nel suo integrale contenuto.
    • La testimonianza di una comunione salda e convinta, in relazione filiale con il Papa, perpetuo e visibile centro dell'unità della Chiesa universale, e con il Vescovo «principio visibile e fondamento dell'unità» della Chiesa particolare, e nella «stima vicendevole fra tutte le forme di apostolato nella Chiesa». La comunione con il Papa e con il Vescovo è chiamata ad esprimersi nella leale disponibilità ad accogliere i loro insegnamenti dottrinali e orientamenti pastorali. La comunione ecclesiale esige, inoltre, il riconoscimento della legittima pluralità delle forme aggregative dei fedeli laici nella Chiesa e, nello stesso tempo, la disponibilità alla loro reciproca collaborazione.
    • La conformità e la partecipazione al fine apostolico della Chiesa,
    • L'impegno di una presenza nella società umanache, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, si ponga a servizio della dignità integrale dell'uomo. In tal senso le aggregazioni dei fedeli laici devono diventare correnti vive di partecipazione e di solidarietà per costruire condizioni più giuste e fraterne all'interno della società.

    I criteri fondamentali ora esposti trovano la loro verifica nei frutti concreti che accompagnano la vita e le opere delle diverse forme associative quali: il gusto rinnovato per la preghiera, la contemplazione, la vita liturgica e sacramentale; l'animazione per il fiorire di vocazioni al matrimonio cristiano, al sacerdozio ministeriale, alla vita consacrata; la disponibilità a partecipare ai programmi e alle attività della Chiesa a livello sia locale sia nazionale o internazionale; l'impegno catechetico e la capacità pedagogica nel formare i cristiani; l'impulso a una presenza cristiana nei diversi ambienti della vita sociale e la creazione e animazione di opere caritative, culturali e spirituali; lo spirito di distacco e di povertà evangelica per una più generosa carità verso tutti; la conversione alla vita cristiana o il ritorno alla comunione di battezzati «lontani»” (Christifideles Laici).Pertanto, è opportuno che i fedeli, che decidono di entrare a far parte di una determinata aggregazione laicale, compiano prima un periodo di preparazione, detto anche “noviziato”, che possa servire ad approfondire la conoscenza dell’aggregazione stessa e del suo carisma, così da poter compiere una scelta consapevole e motivata che possa dare frutti di conversione. L’appartenenza ad un’ aggregazione laicale deve avere come “obiettivo fondamentale la scoperta sempre più chiara della propria vocazione e la disponibilità sempre più grande a viverla nel compimento della propria missione” (Christifideles Laici): essa è l’espressione dell’acquisita consapevolezza della consacrazione ricevuta nel battesimo e del suo attuarsi concretamente in uno stile di vita.

    VADEMECUM


    ENTRANDO IN CHIESA RICORDA:

    La chiesa è:

    - casa di Dio, simbolo della comunità cristiana che vive in quel luogo, nonché della dimora celeste;

    - luogo di preghiera, in cui soprattutto si celebra l’Eucarestia e in cui si adora Cristo realmente presente, giorno e notte, nel tabernacolo;

    - casa della comunità cristiana, in cui i fedeli si riuniscono, per pregare, ascoltare la parola di Dio cantare le lodi del Signore, e, in casi particolari, anche per condividere problemi e soluzioni circa aspetti del loro vivere quotidiano;

    - è anche luogo d’arte cristiana, da vivere e soprattutto da capire nel suo significato iconografico-catechistico. Ricordati: le immagini sacre riflettono la bellezza di Dio, annunciano le verità cristiane, esprimono lo splendore del messaggio evangelico e invitano alla preghiera.

    COSA FARE PRIMA DI ENTRARE IN CHIESA?

    Pensa che stai entrando in un luogo sacro:

    - smetti di parlare;

    - spegni il cellulare;

    - verifica il tuo abbigliamento: sia rispettoso del tuo corpo “tempio dello Spirito Santo” (1Cor 6,19) e della casa di Dio.

    QUANDO ENTRI IN CHIESA

    - fai bene il segno della croce (esprime la tua fede in Dio-Trinità), con l’acqua benedetta (richiama il tuo battesimo, nel quale sei diventato figlio di Dio);

    v ricerca il tabernacolo (indicato da una lampada rossa) e, davanti ad esso:

    o compi un atto di adorazione con la genuflessione o almeno con un profondo inchino, nei confronti di Cristo realmente presente;

    o sosta in preghiera per qualche istante;

    o poi se vuoi, ricerca e prega davanti all’immagine della Madonna e dei Santi;

    o se accendi una candela, ricordati di accendere il tuo cuore con la fede e la preghiera;

    o osserva il silenzio, e, se hai necessità di parlare, fallo sottovoce.

    COME PARTECIPARE ALLA SANTA MESSA, ALMENO OGNI DOMENICA?

    - Sii puntuale nell’arrivare.

    - Portati avanti, in modo che tutti i posti vengano occupati ed iniziando la celebrazione si diminuisca la possibilità di disturbare l’assemblea, dal momento che non sono stati lasciati posti liberi e chi arriva in ritardo deve necessariamente occupare i posti rimasti dietro di te.

    - Partecipa in modo attento, gioioso, comunitario.

    - Se possibile, partecipa insieme con i tuoi familiari.

    - Prega e canta, unendo la tua voce a quella degli altri, senza gridare, stando a “tempo”.

    - Compi con devozione i vari atteggiamenti esteriori richiesti:

    STAI SEDUTO:

    - Durante le letture, escluso il Vangelo;

    - all’omelia;

    - mentre vengono presentati il pane e il vino;

    - dopo la comunione, in attesa della preghiera finale.

    INCHINATI

    - Durante il Credo, alle parole “ e per opera dello Spirito Santo e si è fatto uomo”.

    STAI IN GINOCCHIO (se è possibile):

    - Durante la consacrazione e l’elevazione, fino a “Mistero della fede”

    STAI IN PIEDI

    - Dall'inizio del canto di ingresso, o mentre il sacerdote si reca all'altare, fino alla conclusione dell'orazione di inizio (o colletta);

    - durante il canto dell' Alleluia prima del Vangelo;

    - durante la proclamazione del Vangelo;

    - durante la professione di fede e la preghiera universale (o preghiera dei fedeli);

    - dall' invito Pregate fratelli prima dell' orazione sulle offerte fino al termine della Messa, fatta eccezione per quanto si è detto in precedenza;

    - compi lo scambio della pace con chi ti sta più vicino, senza lasciare il tuo posto.

    COME RICEVERE LA SANTA COMUNIONE? CON QUALI DISPOSIZIONI?

    • Interiori

    E’ necessario essere in grazia di Dio, cioè avere la consapevolezza di non essere in peccato mortale, perché in tal caso si commetterebbe un sacrilegio: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Sangue del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore… mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,27-29). Se pertanto si ritiene di essere in peccato mortale, occorre confessarsi prima di accedere alla Santa Comunione. N.B.: “…In alcune circostanze, come ad esempio nelle Sante Messe celebrate in occasioni di matrimoni, funerali o eventi analoghi, sono presenti alla celebrazione, oltre ai fedeli praticanti, anche gli altri che magari da anni non si accostano all’altare, o forse si trovano in una situazione di vita che non permette l’accesso ai sacramenti… Si trovino allora modi brevi ed incisivi per richiamare tutti al senso della Comunione Sacramentale e alle condizioni per la ricezione…”. (Benedetto XVISacramentum Caritatis n.50)

    E’ quanto mai opportuno rinnovare la propria fede nella presenza vera, reale, sostanziale di Cristo.

    • Esteriori

    - Atteggiamento di raccoglimento e di preghiera;

    - Previo digiuno di almeno un’ora;

    QUANTE VOLTE PUOI FARE LA SANTA COMUNIONE?

    Se hai le dovute disposizioni, la puoi fare ogni qualvolta partecipi alla Santa Messa, e comunque non più di due volte al giorno.

    IN QUALE MODO RICEVERE LA SANTA COMUNIONE?

    Puoi ricevere l’Ostia consacrata sulla lingua o sulla mano. Se scegli sulla mano, comportati così:

    - ci si presenta al ministro con la mano sinistra stesa sopra la destra con il palmo delle mani rivolto verso l’alto (liberi da qualsiasi oggetto);

    - quando il ministro dice: “Il Corpo di Cristo”, si risponde: Amen;

    - dopo che il ministro ha deposto sul palmo della mano la sacra particola, davanti a lui o appena spostati di lato, si porta l’Ostia alla bocca, prendendola delicatamente con le dita della mano destra;

    - infine si torna al proprio posto e ci si raccoglie in adorazione e preghiera;

    SE NON FAI LA SANTA COMUNIONE?

    Ricordati di fare almeno la Comunione spirituale: essa consiste nell’esprimere con fede e devozione il desiderio di ricevere spiritualmente il Corpo e Sangue di Cristo, quando si è nell’impossibilità di riceverlo realmente.

    COME METTERSI IN FILA PER RICEVERE L’EUCARESTIA?

    Quando i tuoi fratelli si mettono in processione al momento della Comunione, per ricevere l’Eucarestia, non introdurti nella fila quando vuoi, disturbando e interrompendo il processo comune. Esci dal tuo banco e continua la fila con gli altri solo quando gli ultimi sono arrivati all’altezza del posto dove tu ti trovi.

    OFFERTA PER LA CELEBRAZIONE E APPLICAZIONE DELLA S. MESSA

    (Nota Pastorale CESI – I DIC. 1984)

    L’offerta per la celebrazione e applicazione della S. Messa viene definita in sede regionale; a nessuno è consentito chiedere una somma maggiore; è lecito accettare un’offerta maggiore o minore di quella stabilita, se data spontaneamente (Cfr. can. 952 §1). La rubrica del MR permette di inserire il nome del defunto nella preghiera eucaristica soltanto nelle Messe per i defunti nel giorno della morte, nel trigesimo e nel primo anniversario.

    Nella nostra comunità, per consuetudine, viene ricordato il nome solo all’inizio della celebrazione.

    È un dovere per i Parroci e Amministratori parrocchiali applicare la S. Messa per il popolo ogni domenica e festa di precetto (can.534 § 1)

    La Conferenza Episcopale Italiana (Pergusa 16-18 aprile 1997) delibera che i presbiteri sia diocesani che religiosi, in occasione della celebrazione dei sacramenti, potranno accettare dai fedeli soltanto quelle offerte che essi daranno in libertà.

    Per quanto riguarda l’elemosina per le intenzioni per la celebrazione della S. Messa, i presbiteri sono tenuti alla puntuale osservanza delle relative disposizioni del Diritto Canonico e del Decreto Mos iugiter della Congregazione per il Clero del 199 – dall’accettazione di una qualunque singola elemosina, anche se esigua, scaturisce per essi l’obbligo di giustizia della relativa applicazione di una S. Messa.

    E’ gravemente illecito soddisfare con unica Santa Messa celebrata, secondo un’intenzione detta “collettiva”, cumulando, all’insaputa degli offerenti, diverse offerte indistintamente per intenzioni particolari.

    Non è consentito celebrare secondo un’unica intenzione “collettiva” più di due volte a settimana, e solo in giorni feriali.

    Ai presbiteri è consentito trattenere per sé la sola elemosina prevista, mentre la somma eccedente va trasmessa all’Ordinario, che la destinerà ai fini stabiliti dal Diritto.

    Il sacerdote può celebrare una sola messa.

    In una eventuale binazione o trinazione di messa, può trattenere per sé soltanto la metà dell’offerta stabilita (8 Euro), la differenza sarà trasmessa al Vescovo diocesano per i bisogni della Chiesa.

    Messa con intenzione collettiva: nella nostra comunità, attualmente, non si verifica la necessità di applicare le intenzioni collettive perché ogni giorno vengono celebrate due messe.

    TASSE E OFFERTE PER I VARI SERVIZI ECCLESIALI
    (Delibera della CESi – 6 Ottobre 2001)
    TASSE PER I SERVIZI DI CURIA
    - Diritti di cancelleria offerta libera
    - Legalizzazioni offerta libera
    - Decreto per l’erezione di Cappelle cimiteriali € 103,00
    - Revisione del processicolo matrimoniale € 5,00
    - Dispense e permessi per la celebrazione del matrimonio € 5,00
    - Celebrazione del matrimonio fuori parrocchia € 26,00
    - Processioni patronali € 155,00
    - Altre processioni (escluse quelle eucaristiche) € 52,00
    - Autorizzazioni ad accettare legati, vendere 5%
    OFFERTE PER I SERVIZI PARROCCHIALI  
    - Battesimo offerta libera
    - Funerale offerta libera
    - Santa Messa € 8,00
    - Quota dovuta alla Diocesi per binazione o trinazione di S. Messe € 4,00
    - Matrimonio (esclusi i fiori e l’organista) € 103,00
    - Certificati vari offerta libera
    - Processicolo matrimoniale € 10,00
    - Celebrazione del matrimonio fuori Parrocchia € 26,00

    BIBBLIOGRAFIA

    Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia

    CEI - Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio 2000 – 29 Giugno 2001

    Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia

    CEI – Nota pastorale dell’Episcopato italiano – 1 Luglio 2004

    Educare alla vita buona del Vangelo

    CEI – Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2011-2020 - 4 Ottobre 2010

    La Parrocchia

    di Enzo Bianchi

    Christifideles laici

    Giovanni Paolo II - Esortazione apostolica post sinodale

    30 Dicembre 1988

    Le aggregazioni Laicali nella Chiesa

    CEI – Nota pastorale dell’Episcopato italiano per il laicato

    29 Aprile 1993

    Nella Chiesa animati dallo Spirito Santo

    Lettera pastorale di S.E. Mons. Salvatore Di Cristina – 26 Gennaio 2009

    Ecclesia de Eucharistia

    Lettera enciclica - Giovanni Paolo II - 17 Aprile 2003

    Evangelizzare il sociale

    CEI - 1992

    Novo Millennio ineunte

    Lettera apostolica – Giovanni Paolo II – 6 Gennaio 2001

  • Madonna del Ponte

  • Storia della Madonna del Ponte e di Altofonte

    a cura di Giovanna Inchiappa
     

      
    madonna del ponteNel 1282, la Sicilia diviene campo di battaglia di una lotta accanita tra Angioini e Aragonesi.

    Questi ultimi, nel 1302 ebbero il possesso dell'isola, così il re Federico II d'Aragona fece costruire, in segno di ringraziamento, una Abazia in onore di Maria Santissima in un luogo vicino alla città di Palermo, che allora veniva chiamato Parco Nuovo (l'attuale Altofonte), fondato da Re Ruggero. Dopo che furono ultimati i lavori, il 25 marzo 1306, giorno dell'Annunciazione, accompagnato da tanti nobili palermitani e dai canonici della cattedrale di Palermo, il Re si recò in questa Abazia, dove fu celebrata la  S. Messa, e l'affidò ai monaci Cistercensi nella persona di Gualtiero de Manna, abate del monastero cistercense di S. Spirito di Palermo, che la riceve in nome del futuro abate.

      Il posto in cui sorgeva l'Abazia venne dedicato alla Madonna, e siccome in questo posto scorreva una sorgente d'acqua limpida e cristallina, chiamò quella zona Altofonte. Ai monaci cistercensi Federico II concesse molti altri beni, tra i quali la Foresta di Partitico, dove prima sorgeva la città, in seguito distrutta e abbandonata dagli abitanti a causa delle devastazioni della guerra. Gli abati cistercensi rifabbricarono la città di Partinico, la decorarono di uno stemma e ne curarono la ripopolazione.  Alcuni dei monaci del monastero del Parco fissarono la loro abitazione a Partitico, nella Fortezza che vi avevano costruito, per esercitare i diritti baronali sulla Foresta, per amministrare i loro beni ed attendere alla istruzione civile e religiosa dei nuovi coloni.

      I zelanti abati cistercensi, devotissimi della Madonna (i cistercensi sono infatti una derivazione dell'ordine Benedettino, istituita da Roberto di Molesme nel deserto di Citeaux, proprio in seguito ad un'apparizione della S. Vergine), divennero promotori del culto della Madre di Dio,  sotto il titolo di S. Maria di Altofonte, nella chiesa annessa al loro Monastero, nel nuovo casale del Parco.

       Nel 1318, il re Federico II concesse al nuovo abate del monastero di Santa Maria di Altofonte, frà Pietro Guzio, di fregiarsi con uno stemma con l'immagine della Madonna seduta che tiene il Bambino Gesù col braccio sinistro. Tale stemma è costituito dal bassorilievo in marmo che ancora oggi possiamo vedere sull'altare a destra di chi entra nella nostra Chiesa parrocchiale di Altofonte (e la cui copia, un getto in gesso fatto eseguire dal Commendatore Salinas, Direttore del Museo Nazionale di Palermo, è conservata presso lo stesso museo).  Al centro della lastra di marmo spicca la figura della Madonna sedente con il Bambino sulle ginocchia, ai lati stanno due scudi: a sinistra di chi guarda quello di Sicilia; a destra quello d'Aragona. Sotto, due scudi più piccoli: l'uno portante un cane rampante, rozzamente scolpito, e l'altro un monogramma (Altfte) con lettere che compongono le due parole Alto Fonte. Nell'angolo inferiore destro è l'iscrizione in latino: "ANNO DOMINI MCCCXXVIII, XI INDICTIONIS HOC OPUS FACTUM EST TEMPORE FRATIS P. ABBATIS S. MARIAE DE ALTOFONTE" (l'anno del Signore 1328, 11ª Indizione, fu eseguita quest'opera, al tempo di Fra P. Abate di Santa Maria di Altofonte). Con ogni probabilità Fratis P. è proprio Fra Pietro Guzzio infatti, il cane rampante è lo stemma dei Guzzio. Da un iscrizione ritrovata sappiamo che il pio e zelante Guzio, terminata la costruzione del monastero nel 1328, nel primo dormitorio, sopra la porta che immetteva nell'appartamento dell'abate, fece collocare l'immagine della Madonna di Altofonte come stemma glorioso dell'abbazia. Per questa ragione si suppone che l'istituzione del culto di Maria SS di Altofonte sia avvenuta sotto la reggenza dell'abate Pietro Guzio (1318-1340).

      Continua intanto l'opera di ricostruzione di Partinico e, trattandosi di un'unica abazia, essendo unico il suo governo, unica l'amministrazione temporale e spirituale, il Guzio, coadiuvato dai monaci che abitavano nella Foresta di Partitico, trasferisce anche lì il loro culto, per cui i partinicesi cominciarono a venerare la Madonna di Altofonte. L'abate inaugurò questo culto, dando origine al Santuario, non si sa se restaurando un'antica Chiesa o edificandone una nuova,  per far cosa gradita al re Federico, devotissimo della Madonna di Altofonte, nel cui titolo aveva istituito l'abazia, e per dargli l'opportunità di partecipare alla messa quando veniva a divertirsi per la caccia. 


    Ma come si affermò il culto della Vergine Santissima 
    con il titolo "Madonna del Ponte"
    ?



           Quando Federico II incaricò i monaci di ricostruire la città di Partinico, diede loro in dono anche la Foresta di Partinico che comprende la contrada "Ponte", dove oggi si trova il santuario della Madonna del Ponte. Il primo titolo che ebbe la Madonna a Partinico fu "Santa Maria di Altofonte", a cominciare dal XIV secolo, poi "del Ponte", come la denominazione della contrada, "che offre ai viandanti un sicuro passaggio dall'una all'altra riva del fiume Jato, collegando i fertili poderi che si stendono a destra e sinistra del fiume". Così avvenne anche per il santuario che prese lo stesso nome. Finalmente, continuando ad invocare la Madonna coi titoli di "Altofonte" e del "Ponte", riuscì facile al popolo, sostituendo definitivamente alla parola "Fonte" la voce "Ponte", formare il titolo di "Altoponte" il quale certamente non è altro che la modificazione di Altofonte. Ma a tutto questo si arrivò dopo parecchi anni: infatti alcuni invocarono la Madonna col titolo di "Altofonte" e altri col titolo del "Ponte", tanto è vero che, per rimanere unanimi nelle preghiere, tutti e due i titoli vennero uniti in un celebre canto, inserito nelle preghiere che componevano la novena e che recitava: 
     

    "O del Ponte e d'Altofonte

    Diva eccelsa, amante e pia,

    di Dio Madre e Madre mia,

    deh! feconda un santo amor.

    Volgi ognor lieta la fronte,

    e proteggi e prendi in cura

    questo cielo e queste mura,

    ogni tetto e ogni cor".

           Nel periodo in cui fu Arciprete Leonardo Blanda, tutti i sabati, nella Chiesa Madre, e tutte le domeniche in Albis, lungo la via che conduceva al santuario, nell'ultima invocazione delle Litanie della Madonna il prelato cantava "Santa Maria di Altofonte prega per noi" e un immenso numero di cittadini e forestieri rispondeva con il canto appena citato, "facendo echeggiare per l'aperta campagna il nome augusto di Maria SS. Di Altofonte".

    I titoli di Fonte e di Ponte sono così belli e caratteristici per la Vergine Madre di Dio, che i Santi Padri ed i Dottori della Chiesa li hanno spesso adoperati per fare l'elogio delle sue inenarrabili grandezze, e la Madonna era davvero un "alto fonte", un fonte totalmente alto, perché ricco di Misericordia, ed anche "ponte", in quanto è intermediaria tra gli uomini e Dio. Ed è così che fu invocata la Madonna per ben tre secoli, dal principio del secolo XIV alla fine del secolo XVI, prima sotto la giurisdizione baronale degli Abati cistercensi, e poi sotto quella degli Abati Commendatari dell'Abazia di Santa Maria di Altofonte di Parco e Partinico.

      Secolo dopo secolo, la devozione diventava sempre più fervorosa e la notorietà delle numerose grazie, consolazioni e benefici di ogni sorta, dispensati dalla S. Vergine sotto il titolo di Maria SS. di Altofonte e del Ponte, giunge ai re spagnoli che a quel tempo governavano la Sicilia. Morto Filippo IV nel settembre 1665, Marianna d'Austria, vedova di lui, prese a governare il regno a nome di Carlo II suo figlio, che aveva ancora quattro anni. La regina madre, durante la reggenza, e Carlo II, quando cominciò ad amministrare il regno, memori che Filippo IV nelle calamità del suo governo era ricorso alla Vergine, ordinando che a Lei  si celebrasse devota e solennissima Novena in tutta la Sicilia, per impetrare la pace e la prosperità "nelle traversie che contristavano il suo regno, si volsero alla Madre di tutte le grazie, facendo solennizzare ogni anno la Novena con la celebrazione di molte Messe nel Santuario Partinicese di Maria SS.ma di Altofonte e del Ponte".  La Madonna di Altofonte e del Ponte viene così venerata non solo dai "rozzi abitatori delle vicine borgate, ma anche dai doviziosi e colti Monarchi di vastissimi regni".

       L'immagine della Madonna che veneravano i partinicesi, e non solo, era, quindi, una copia di quella raffigurata nello stemma dell'Abazia di Altofonte. Questa copia, fatta eseguire in pittura e in scultura dal Guzio o dai padri Cistercensi che dimoravano nella nuova Partinico, con il passar del tempo, si deteriorò. Infatti, la più antica immagine di Maria SS. di Altofonte e del Ponte, che si conserva ancora oggi a Partinico, è la Madonna del Santuario, statua del sec. XVII o XVIII.

      "Il corpo di essa è formato di paglia ben legata: la testa col collo e parte del petto, le mani ed i piedi sono di cera finissima; tutto di cera il bambino. Senza dubbio essa ritrae la Madonna di Altofonte del Guzio: la sua posizione seduta, il Bambino, che sostenuto dal braccio sinistro della Madre appoggia i piedini sulle ginocchia di Lei, il braccio destro con la mano piegata sul petto," ce lo indicano chiaramente.

      Verso la fine del XVI secolo, gli Arcipreti, che avevano sostituito i monaci cistercensi, fecero fare un dipinto per soddisfare l'accresciuta devozione dei partinicesi. Questo quadro, ridotto in pessimo stato già alla fine del XVIII secolo, venne sostituito nel 1795 da una fedelissima copia del pittore Ferrandina sopra nuova tela, sotto cui però, giace l'antico originale a perenne memoria.  

      Non molti anni dopo, intorno al 1820, se ne fece dipingere un terzo, forse perché la Madonna del Ferrandina non era così bella come avrebbe dovuto essere e come il popolo la desiderava. Fu così che il Rev.mo Dottor Ignazio Rosso, allora Arciprete di  Partinico, insieme ai deputati del santuario, diedero l'incarico al pittore Vincenzo Manno di dipingere un nuovo quadro della Madonna del Ponte, che con la sua bellezza, secondo le regole dell'arte, appagasse il vivo desiderio del clero, della colta cittadinanza e del popolo. L'egregio pittore non venne meno al mandato affidatogli e ben presto consegnò il suo lavoro. Il nuovo quadro, con vivo compiacimento e grande esultanza di tutti, fu esposto alla pubblica venerazione e la gran Madre di Dio, in quella bellissima immagine invocata, cominciò a versare a piene mani le grazie nei cuori e nelle famiglie dei suoi diletti Partinicesi.

       Si tratta della tela che ancora oggi viene venerata a Partinico, nella quale possiamo ammirare la Madonna, dipinta in alto, al centro del quadro: ha la veste bianca e il manto azzurro, tanto bella nella sua modestia che "ispira devozione in chi la mira", come scriveva il padre Lo Grasso nel libro "Partenico ed il culto di Maria Santissima di Altofonte e del Ponte sua speciale patrona". Il Bambinello, vestito di bianco, mentre con la destra pare che voglia ripiegare il velo della madre per scoprirne il petto, con la sinistra tiene un piccolo cuore, quasi in atto di offrirlo a Lei, guardando amorosamente il popolo devoto. "Pare che il divino Pargoletto voglia dire: a me, a me date il vostro cuore, ed io lo presenterò alla mia diletta Madre divina, alla vostra potente ed amorosissima Protettrice". A destra della Madonna troviamo S. Pietro che tiene, con la sinistra ripiegata sul petto, le chiavi del Regno, e con la destra distesa lungo il corpo, un libro; a sinistra della Madonna, vediamo S. Paolo, che tiene con la destra un ramo di gigli e con la sinistra un libro. Nella parte inferiore della tela, sotto i piedi della Vergine, e tra le due figure, è dipinto un ponte a tre archi, con l'arco di centro più grande, più piccoli gli archi laterali.

      La presenza dei due apostoli S. Pietro e S. Paolo è probabilmente dovuta al fatto che all'epoca dei Normanni era in uso raffigurare, accanto alla Vergine, patrona principale, i Santi Patroni secondari della città. Si desume, pertanto, che i Baroni di Partinico, Rinaldo e Roberto Avenello, vi avessero stabilito il culto dei Santi Pietro e Paolo. Ma è anche molto probabile che il pittore, che ha dipinto il primo quadro della nostra Madonna, abbia voluto imitare i grandi artisti della Scuola Siciliana, i quali ritraevano spesso la S. Vergine con i due Apostoli ai lati. In ogni caso, la loro presenza ha un significato teologico: Maria, resa onnipotente per grazia, costituisce un "ponte" incrollabile di difesa e di salvezza per la Chiesa contro il fiume degli errori e dei vizi che tentano di travolgerla e seppellirla; gli apostoli Pietro e Paolo rappresentano l'uno l'autorità della Chiesa in materia di dottrina e di morale, l'altro la missione della Chiesa chiamata a portare il Vangelo a tutte le genti. 

      Il popolo partinicese, per la grande devozione che ha nutrito e che continua a nutrire verso la Madre di Dio, ha pensato di arricchire l'immagine Sacra con delle vesti d'argento e corone d'oro. Di per sé la Sacra immagine è talmente bella che non avrebbe bisogno di queste vesti, anzi, esse rischiano di recare gravi danni al prezioso quadro. Tuttavia queste testimoniano la devozione del popolo partinicese e il continuo interessamento degli Arcipreti, che hanno sempre guidato il popolo a coltivare il culto della Santa Vergine.

      Mosso da questa intenzione, per soddisfare la sua infiammata e filiale devozione verso la Madre di Dio e per appagare i desideri di tutta la cittadinanza, grata per la liberazione dal colera del 1854-1855, l'arciprete Blanda promosse l'incoronazione della Sacra immagine, avvenuta per solenne Decreto del Rev.mo Capitolo della Basilica Vaticana il 15 Agosto del 1861. Fu proprio in quell'occasione che furono poste le corone d'oro alla Madonna e al Bambino, mentre i restanti fregi d'argento furono fatti intorno all'anno 1761.

      Il momento della coronazione fu veramente solenne: tra il suono festoso delle campane di tutte la chiese, l'inno reale intonato dalle bande, lo scoppio di bombe e mortaretti, la commozione è generale. Il popolo non stava più in sé dalla gioia e per dimostrare la sua fede, la devozione e l'entusiasmo religioso con voce "che parte dal cuore faceva echeggiare l'aria dei ripetuti evviva alla coronata Patrona" (p. Lo Grasso), chiedendo alla Santa Vergine:  "Come sei coronata in terra dalle nostre mani, impetraci grazia che meritiamo di essere così da Cristo coronati di gloria e di onore nei cieli"

  • Storia di Padre Massimiliano Kolbe

  • padre kolbe vocazioneLa vocazione

    San Massimiliano Maria Kolbe nacque l’8 gennaio 1894 a Zdunska Wola (Polonia), fu battezzato con il nome di Raimondo. Ancora fanciullo si sentì particolarmente attratto ad amare e seguire il Signore e onorare l’Immacolata Vergine Maria la

    quale, in modo prodigioso, gli aveva offerto in alternativa due corone: una rossa simbolo del martirio ed una bianca simbolo della consacrazione religiosa. Il piccolo le prenderà entrambe. A 13 anni entrò nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali in Leopoli. Dopo i primi studi fu trasferito a Roma per perfezionarsi in quelli filosofici e teologici.


    L’opera: 

    Per reagire agli attacchi della massoneria, particolarmente ostili alla Chiesa, ed ispirandosi ai più puri ideali mariani del francescanesimo, nel 1917 fondò a Roma la “Milizia dell’Immacolata”. Ordinato sacerdote il 28 aprile 1918 nella Chiesa di Sant’Andrea della Valle in Roma e tornato in patria nel 1919, cominciò l’apostolato mariano della Milizia, con la fondazione di circoli ed, in seguito, di una rivistamensile: “Il Cavaliere dell’Immacolata” (1922). Nel 1927, favorito dalle circostanze derivate dallo sviluppo della Milizia, fondò una singolare “città”. La chiamò “Niepokalanòw” ossia “Città dell’Immacolata” che raccolse circa ottocento frati e la costituì centro di vita religiosa consacrata a Maria e ad ogni forma di apostolato: dalla stampa alla radio, dal cinema all’aereoplano.


    La missione: 

    Nel 1930 partì missionario per l’Estremo Oriente dove nei pressi di Nagasaki fondò una seconda “città” con le stesse finalità della prima e che chiamò “Mugenzai-no-sono”. A causa della sua salute – era minato da una grave forma di tisi – dai superiori fu richiamato in Polonia e destinato a dirigere la prima “città” (1936).


    padre kolbe martirioVittima della grande guerra: 

    Dopo tre anni in cui rifulsero particolarmente le sue virtù, la seconda guerra mondiale lo sorprese a capo del più imponente complesso editoriale cattolico della Polonia. Arrestato dalla Gestapo nel settembre 1939, cominciò la “via crucis” dei campi di concentramento. Rimesso in libertà l’8 dicembre 1939 tornò a Niepokalanòw bombardata e distrutta. Si mise nuovamente all’opera e, mai trascurando l’apostolato della stampa, trasformò il complesso degli edifici in ospedale ed asilo per migliaia di profughi, specialmente ebrei.


    Il martirio: 

    Il 17 febbraio 1941 fu nuovamente arrestato. Dopo una permanenza nel “Pawiak” di Varsavia, in maggio fu definitivamente trasferito nel campo di Auschwitz. Qui, con la semplicità con la quale aveva sempre operato, offrì spontaneamente la vita per  un compagno di prigionia condannato a morte, fino a quel giorno a lui sconosciuto. Rinchiuso con altri nove nel bunker per morirvi di fame, dopo circa due settimane, durante le quali confortò la lenta agonia dei compagni, sereno e fidente in Dio affrontò la morte provocatagli con un’iniezione di acidi e spirò col nome di Maria sulle labbra il 14 agosto 1941. Il corpo fu cremato; la memoria della sua santità e della morte eroica si diffuse nel mondo circondata di ammirazione e venerazione. Dopo trent’anni dalla morte, il 17 ottobre 1971, è stato beatificato dal Papa Paolo VI. Il Santo Padre Giovanni Paolo II l’ha proclamato Santo il 10 ottobre 1982.

  • Come nasce la Milizia

  • Trovandosi a Roma per completare gli studi teologici, il giovane P. Massimiliano Kolbe fu scosso da un avvenimento: la Massoneria italiana percorreva le vie della città agitando uno stendardo raffigurante l'Arcangelo Michele sconfitto e atterrato da Lucifero e un vessillo con la scritta

    Satana dovrà regnare in Vaticano, il Papa dovrà fargli da servo”. Allora egli confidò ad alcuni compagni: “è possibile che i nemici di Dio debbano tanto adoperarsi, e noi rimanere oziosi, al più pregare, senza però agire? Dobbiamo metterci quali strumenti docili nelle mani dell'Immacolata, adoperandoci con tutti i mezzi leciti: la parola, la stampa mariana, la Medaglia Miracolosa, la nostra preghiera e il buon esempio ...” Nasce così, la sera del 16 ottobre 1917 la Milizia dell'Immacolata.

    L'essenza della Milizia dell’Immacolata

    L'essenza della M.I. consiste nel fatto che essa appartiene all'Immacolata in modo incondizionato, irrevocabile, illimitato: che è dell'Immacolata sotto ogni aspetto. Di conseguenza colui che entra a far parte della M.I. diviene totale proprietà dell'Immacolata. Per ciò stesso diviene proprietà di Gesù, e quanto più perfettamente appartiene a Lei, tanto più perfettamente appartiene a Gesù, ma sempre in Lei e attraverso Lei, ossia nel modo più facile e sicuro. Attraverso Gesù, poi, egli diviene proprietà di Dio. Essere dell'Immacolata, quindi, è l'essenza della M.I.

    Il movimento si chiama <Milizia>, poiché colui che ne fa parte non si limita alla donazione totale di sé all'Immacolata, ma si dà da fare, per quanto può, per conquistare a Lei anche i cuori degli altri, affinché anche costoro si donino a Lei allo stesso modo in cui lui pure si è donato. Egli vuole conquistare a Lei il maggior numero possibile di cuori, dei cuori di tutti coloro che vivono attualmente e che vivranno in qualunque tempo sino alla fine del mondo.

     

  • Programma Milizia dell'Immacolata

  • padre kolbe

     

     

    “Ella ti schiaccerà il capo” (Gn 3,15).

    “Tu sola hai distrutto tutte le eresie sul mondo intero” (Lit.).

     

     

    Fine:

    Procurare di convertire i peccatori, i separati dalla Chiesa e i non cristiani, e specialmente i nemici della Chiesa; e di santificare tutti per la mediazione dell’Immacolata.

    Condizioni:

    Consacrarsi totalmente all’Immacolata come strumento nelle Sue mani santissime. Portare la Medaglia Miracolosa.

    Mezzi:

    Recitare, possibilmente una volta al giorno, la giaculatoria:

    “O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che a Te ricorriamo e per quanti a Te non ricorrono, in particolare per i nemici della santa Chiesa e per quelli che Ti sono raccomandati”.

    Adoperare per la causa dell’Immacolata tutti i mezzi, purché legittimi, secondo le possibilità di stato, condizioni e occasioni, che si lasciano allo zelo e alla prudenza di ciascuno.

    I mezzi più efficaci sono: la preghiera, la penitenza e la testimonianza di vita cristiana, la diffusione della Medaglia Miracolosa.

    Lo scopo del movimento mariano è la ricerca di Dio e della sua gloria. Alla gloria di Dio è accomunata la gloria dell'Immacolata:lavoro, sofferenza, incomprensioni e gioie, tutto deve tendere alla gloria di Dio attraverso l'Immacolata, “divenire sempre più la proprietà dell'Immacolata, cercare di approfondire sempre più la propria appartenenza a Lei fino al punto di poter illuminare, riscaldare e infiammare le anime che vivono nell'ambente circostante, fino a renderle simili a sé e conquistare il mondo intero, nel più breve spazio di tempo possibile. Diventando attraverso l'Immacolata proprietà di Gesù e, attraverso Lui, in modo sempre più perfetto, proprietà del Padre celeste”.

  • La Milizia ad Altofonte

  • miliziaLa sua presenza ad Altofonte si deve a don Gioacchino Tumminello che ne promosse la nascita nel 1988 nella parrocchia Sacra Famiglia.

    Ben presto arrivò a contare più di 80 consacrate che si occupavano, in prevalenza, di svolgere il servizio del catechismo e di visitare gli ammalati.

    In seguito al trasferimento del parroco, che aveva sempre seguito in prima persona il percorso formativo e organizzativo dell’associazione, la Milizia, con l’aiuto del direttivo regionale, ha continuato il suo impegno formativo con la partecipazione ai due incontri mensili svolti in parrocchia dalla responsabile, e con la propagazione della  Medaglia Miracolosa la cui festa si svolge il 27 novembre e che viene ricordata con una apposita celebrazione.

    La sede locale svolge la propria attività, in armonia con le linee di programma dei Centri Regionale e Nazionale, all'interno della comunità parrocchiale coltivando una profonda stima per gli altri movimenti ecclesiali, cercandone la collaborazione e sforzandosi di creare comunione tra le varie aggregazioni.

    Nella comunità parrocchiale i militi desiderano avere il ruolo che ebbe Maria nel Cenacolo: presenza orante, silenziosa ed operosa. 

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